2017-05-21-PHOTO-00010602Interessata ad uno straordinario lavoro di Vasco Bendini, messo in asta  il 7 maggio ultimo scorso dalla Meeting Art di Vercelli, sono andata a riprendere tra le mani il catalogo della mostra che ebbi modo di apprezzare, presso la Casa del Mantegna a Mantova tra l’ 8 luglio ed il 30 settembre del 1984, dove l’opera era stata esposta nella Stanza dell’Eros, accanto a quelle Del principio creativo e Del silenzio, in un contesto unico: una dimora caratterizzata da un disegno geometrico perfetto, costruita da Andrea Mantegna a partire dal 1476.  Un cerchio incluso in un quadrato dove, collegate da un percorso circolare, le stanze si affacciano con porte arcuate e finestre sulla corte a forma di cerchio, evidente moderna riproposizione dell’atrium di una classica domus romana.

Nelle opere di Vasco Bendini degli anni Cinquanta la materia è solo un residuo sulla tela, una rimembranza che segna lo spazio evocando trame psichiche complesse; le scelte segniche sono essenziali e rarefatte al contrario della pittura rabbiosa e tumultuosa fatta di gesti e segni dei contemporanei informali euopei.
L’indirizzo intimista della sua pittura è mediato dall’insegnamento dei suoi due grandi maestri che Vasco Bendini ha frequentato all’Accademia di Bologna: Virgilio Guidi e Giorgio Morandi . Un’estetica fatta di puro raccogliemento poetico.

Senta titolo 1969
Vasco Bendini, Senta titolo 1969

In quest’opera degli della fine degli anni ’60, a seguito di un periodo di voluto abbandono della pittura tra il 1966 ed il 1969 (che lo porta a lavorare su installazioni di telai rovesciati e scritte al neon , inserendosi attivamente tra i primi esponenti italiani dell’arte povera), si vede un nuovo ed originale interesse per l’oggetto che il Maestro risolve sulla tela legando alla pasta cromatica differenti materiali come la lana di vetro, la paglia, in altri casi il cartone, poliestere.

Ma il Bendini che conosco si trova anche nel bianco di questa tela. Scriveva in proposito Giulio Carlo Argan: “Nel caso di Bendini la tela bianca è qualcosa di raggiunto e trovato dopo, al di là di una materia disgregata, dissolta, scomparsa. Infatti non ha più alcuna forza portante; è uno scermo che raccoglie residui vaganti di immagini e neppure se ne appropria, perchè la sua estensione è tutta al di là dei veli colorati e delle strisce applicate. Che sia schermo o diaframma è dimostrato dal fatto che il pittore ha bisogno di spostarla, di esporla secondo certe inclinazioni per permetterle di intercettare correnti di segni provenienti da un’emittente ancora sconosciuta e altrimenti irrilevabili [Giulio Carlo Argan “Bendini. Opere eseguite nel 1965 delle serie Sentimento Come Storia e Senso Operante’, in Vasco Bendini, catalogo della mostra, Galleria l’Attico, Roma, marzo 1966].

Nell’intervista a Vasco Bendini che integrava il catalogo della mostra a Casa Mantegna, nel tentativo di spiegare il suo approccio alla tela, il Maestro dice: “Mi immedesimo interamente in ciò che vedo man mano dipingendo o facendo […]. La materia colorante che stendo sulla tela forma una stesura morbidissima che, per ogni opera, si scompone  e ricompone, tenendo, con una persistenza che la versatitità di movimento della materia sulla superficie alimenta, alla realizzazione progressiva di un coordinamento d’immagini sempre più perfetto e complesso. Dopo un lungo, indifferente, quasi distaccato ammirare la natura nasce uno straordinario fenomeno. Tutto pare dissolversi come in una impetuosa fusione, e tutto risolversi in una ondulazione di sensazioni”.

Una poetica raffinata, che permea tutta la sua opera fino ai lavori più recenti, dove gli spazi psichici dell’artista si fondono con il i piani del mondo reale, in un confronto continuo dove riconoscersi, un “fare disciolto” dove si può sentire l’immediatezza della verità.